Terroristi rossi arrestati in Francia: nessuno si fa male davvero, salvo i parenti delle vittime per l’ennesima volta presi in giro

Sette terroristi rossi italiani vengono arrestati in Francia per essere riscattati dopo 40 anni ma è fumo negli occhi, dopo 24 ore tornano liberi e, quanto all’estradizione, se ne parlerà fra due, tre anni. Intanto i governi passano, i presidenti passano, c’è tutto il tempo di sparire o accusare malattie provvidenziali. Fumo lungo la pista europea, i sette a vario titolo accusati e condannati di omicidio come pedine per le logiche redistributive del potere in seno all’Unione, per il disperato bisogno di credibilità di Draghi e di Macron, che stringono alleanze strategiche nel momento del tramonto di Angela Merkel, vera padrona dell’Europa. Ma nessuno si fa male davvero, salvo i parenti delle vittime per l’ennesima volta presi in giro: “La fine della dottrina Mitterrand!”. Ma non finisce niente, l’ombrello per gli assassini tinti di politica ha il manico lungo. Ventiquattr’ore di fermo sono bastate ai soliti rottami dell’intellighenzia, gente che volentieri proviene dalle stesse esperienze malavitose, per gridare alla persecuzione col solito falso argomento: dopo 40 anni applicare le sentenze è scempio, è persecuzione, sono persone diverse. Davvero? Se sono diversi perché hanno continuato a usufruire della latitanza protetta, perché nessuno ha sentito l’impulso di fare i conti almeno con la decenza se non la coscienza? Tutti questi soggetti, ex brigatisti, ex Lotta Continua o Pac, non hanno mai smesso un giorno di mentire, di depistare. Hanno coperto i loro rapporti inconfessabili con gli anfratti di un potere ambiguo, che li usava come pedine e in cambio gli ha permesso o pene abbreviate, inspiegabilmente evanescenti – i responsabili dell’eccidio di via Fani e poi del cadavere di Moro o l’hanno fatta franca, chi a Parigi, chi in Nicaragua, oppure sono stati tutti liberati dopo una dozzina d’anni a dispetto di sei, sette ergastoli teorici. È la giustizia degli uomini, gravida di compromessi e di segreti, ma che quelli in malafede considerano vendetta appena qualcuno pretende di applicarla.
Al punto che l’ex procuratore Pomarici dice bene quando dice che questi esuli, o meglio latitanti, potevano, dovevano essere presi 40 anni fa: non hanno voluto per una serie di ragioni più o meno confessabili. La prima sta nei segreti da ambo le parti custoditi, imbarazzanti segreti. Se si pensa che ancora sul delitto Moro, l’azione terroristica più efferata e più perfetta della storia italiana ed europea, ancora dopo 43 anni le cose che non si sanno superano di molto quelle che si sanno e le certezze sono in gran parte bugiarde: ancora riposano su un memoriale assemblato dal brigatista Morucci in cooperazione con i Servizi Segreti e la DC, sbugiardato in ogni riga e in ogni circostanza da successivi riscontri e in particolare dal lavoro di scavo dell’indomabile storico del terrorismo Sergio Flamigni. L’altra ragione, non meno pesante, sta nel consenso diffuso che oggi si vorrebbe rimuovere; la verità essendo che i terroristi all’epoca piacevano, molto, a vari strati della pubblica opinione, più borghesi che proletari, ed erano sostenuti in modo ora ambiguo ora palese dal grosso dell’informazione a coccolare gli esaltati e i carrieristi che poi alleverà negli stessi posti di comando ufficiali: giornali, case editrici, televisioni, vari spazi culturali. A perpetrare oggi come ieri le antiche infamie dei “compagni che sbagliavano”, ma non tanto, di quelli che uccidevano, sì, ma per un mondo più giusto e “se dentro quella divisa c’era un corpo che colpa ne ho io?”.
Perché anche di questo si dovette sentire. Perché certi processi, non tutti ma abbastanza, di giudici che giudicavano i carnefici di loro colleghi, furono farse indecenti. Perché la cosiddetta zona grigia, di quelli che non si schieravano apertamente ma collaboravano con i terroristi arrivò nel momento del massimo fulgore e della massima vergogna a contare mezzo milione di opportunisti. Perché nelle redazioni dei giornali si stappava, si esultava quando veniva fatta fuori o gambizzata una firma fastidiosa o semplicemente troppo in vista. Perché, per citare solo un esempio, quando si seppe che il giovane Ramelli, diciottenne di destra caduto nell’agguato di un commando di universitari con le chiavi inglesi, era da ultimo spirato dopo 45 giorni di agonia, il Consiglio Comunale di Milano si levava in un lungo osceno applauso e i Dario Fo, gli Adriano Sofri rivendicavano “moralmente” ossia avallavano la macelleria di un ragazzo al quale scoperchiavano la calotta cranica a colpi di Hazel 36, la materia cerebrale che schizzava sul marciapiede. Erano i giovani di Medicina alla Statale, qualcuno ha fatto carriera e ora si occupa di Covid in Lombardia.
Anni “formidabili” secondo il capo del Movimento, Capanna, che si gode una pensione di Stato e pratica il giardinaggio; noi, che li attraversammo adolescenti o poco meno, non li ricordiamo proprio così, li ricordiamo come tossici, spaventevoli, paranoici. Ma a ciascuno le sue memorie. E fin qui i cari ricordi, soggettivi, fallaci come è fatale. Ma che dire dei fatti, dei documenti? Erano davvero la créme della società borghese questi terroristi che pensavano di sbaragliare lo Stato facendo fuori qualche quadro aziendale di medio livello, qualche povero cristo di agente di custodia? Erano intellettuali raffinati i Mario Moretti saliti da un istituto tecnico delle Marche, i Prospero Gallinari dal retaggio contadino che muore affranto per averne ammazzati troppo pochi, o la Adriana Faranda dalle visioni banalissime, da influencer con la pistola? Lo erano i maestrini spocchiosi come Sofri o febbrili come Toni Negri, uno che traduceva in italiano prima degli altri i testi della socialdemocrazia tedesca degli anni ’20 da cui si generava il partito comunista tedesco?
Quello che è mancato sul serio, e tale lacuna è tra le cause neppure secondarie del sostegno parigino ai terroristi, è una disamina spassionata, spietata, del livello culturale reale di quel tempo. Allora si capirebbe che quegli anni non furono affatto formidabili ma anni sprecati, anni perversi al punto che ancora ne scontiamo le conseguenze. Sentite come il sociologo Aldo Ricci, gia in Lotta Continua, poi suo furioso accusatore, ripreso da Giorgio Bocca racconta la gestazione civile, culturale, della lotta armata: “Dice Mauro [Rostagno]: ‘Io e Renato Curcio vivevamo facendo le supplenze. Si Parlava di tutto, di scuola, di come trasformare l’Università, dell’Internazionalismo, del Che Guevara, di Lang, di Freud. Renato mi spaccava le palle con Camus e il suicidio. Vivevo con Renato Curcio e Paolo Palma in una casa abbandonata. Eravamo poveri da far schifo. Rubavamo un casino di mele che mettevamo nella stanza della frutta, tutta la casa era molto profumata. Un giorno arrivo un matto di nome Tito Tomba. Comunicava con gli spiriti ed era vero. Fece un affresco con me nel mezzo, Renato Curcio da una parte e senza una spalla perché non gli voleva bene, Paolo dall’altra’”.

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