Top e Flop, i protagonisti del giorno: mercoledì 17 agosto 2022 –

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire, attraverso di loro e quanto hanno fatto, cosa ci attende nella giornata di mercoledì 17 agosto 2022

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire, attraverso di loro e quanto hanno fatto, cosa ci attende nella giornata di mercoledì 17 agosto 2022

BRUNO ASTORRE

Bruno Astorre (Foto Paola Onofri / Imagoeconomica)

Ha messo il dito nella piaga. Puntandolo verso le liste con le candidature che erano state appena approvate dalla Direzione Nazionale del Pd. Comprese quelle nella sua regione, il Lazio. Il Segretario regionale Bruno Astorre ha detto che non possono essere sempre i territori a pagare il conto: non è giusto che siano loro a portare il peso delle candidature di prestigio per tutto il Partito, facendo spazio e mettendo in seconda fila gli uomini di punta che vengono dalle province. (Leggi qui: Candidature, alla fine pagano sempre i territori).

Tanto per fare due esempi. L’uomo di punta del Pd della provincia di Frosinone Francesco De Angelis ha dovuto cedere il posto all’ex presidente nazionale del Partito Matteo Orfini. A Viterbo è stata l’ex ministro Marianna Madia a prendere il posto di capolista facendo spostare Enrico Panunzi che – come De Angelis – era stato indicato da tutto il Partito locale senza distinzione di componenti.

Bruno Astorre ha evidenziato che proprio questo è uno dei motivi che allontana dalle urne l’elettore. “Con questo tipo di legge i territori vengono esautorati. Io aborrisco il sistema dei nominati che viene dal 2005, da quando Berlusconi impose il Porcellum. Questo è uno dei motivi dell’astensionismo, perché l’elettore non sceglie il suo rappresentante anche se la forma è salvata con il Rosatellum perché il nome sulla scheda c’è scritto. Si sa chi vai a votare, ma non puoi scegliere”.

Una situazione diffusa in buona parte del Paese, al punto che Enrico Letta nella serata di ieri ha sbottato: “Il taglio dei seggi è stato votato proprio da voi” puntando il dito verso chi si lamentava delle scelte. Dettate – non va dimenticato – dal taglio di quasi 350 seggi tra Camera e Senato. Sostenuto anche dal Pd.

Perplesso ma soddisfatto.

GIORGIA MELONI

Giorgia Meloni (Foto: Sergio Oliverio © Imagoeconomica)

Nella vita occorre costanza. Unita alla perseveranza ed alla più ferma convinzione. E, sosteneva Napoleone Bonaparte, una buona dose di fortuna è sempre essenziale. Al punto che sceglieva i suoi futuri generali tra gli ufficiali più fortunati. Giorgia Meloni la costanza ce la sta mettendo da anni, il coraggio e la determinazione non le sono mai mancati. Ora ci si mette anche la fortuna. Sfacciata e copiosa. Senza dover più muovere un dito sta affrontando il percorso verso le elezioni di settembre dove le campagna elettorale… gliela stanno facendo gratis i suoi avversari.

Carlo Calenda, l’omonimo e mezzo omologo Cottarelli, tre quarti di stato maggiore del Pd, nove decimi di intellighenzia prog e perfino una persona di intelletto finissimo ed etica specchiata come la senatrice Liliana Segre. Tutti contro la fiamma che campeggia nel simbolo con cui una pervicace e “capatosta” Giorgia Meloni correrà per il voto politico del 25 settembre.

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Il motivo? La “Fiamma” sarebbe il totem del camuffamento incompiuto che i fascisti fecero nel darsi una vernice. Anzi, per dirla con Enrico Letta, una “cipria” democratica. Che non ingannerebbe nessuno. L’effetto paventato dagli analisti più sottili del pattuglione? Quello, a dire il vero un po’ tafazziano perché prefigura uno scenario non proprio amico, per cui a guidare o a far parte di un governo dell’Italia repubblicana ed europea rischia di andarci una tipa che ha egida e simbolo che non sarebbero del tutto democratici.

La Meloni, in queste ore pre e post ferragostane, non si era scomposta. Ai media aveva chiarito che no, la fiamma non c’entra nulla con il fascismo. E c’entra con la veste democratica di un normale Partito di destra di una democrazia parlamentare occidentale.

Ragioniamo ché anche in campagna elettorale male non fa. L’assunto è che la Fiamma nel simbolo di Fratelli d’Italia ci sta malemalissimo. Perché mentre FdI è un Partito in arco parlamentare di una democrazia, la fiamma è simulacro di un’epoca in cui la democrazia la si randellava. Perciò – si sostiene – è indegno che quell’immagine stia al suo posto mentre la Meloni prova a scalare Palazzo Chigi in cordata con il centrodestra. Ecco, la frescaccia è maturata proprio qui.

E prima? Cioè, se il ragionamento dei Rosacroce anti fiamma avesse avuto nerbo concettuale e polpa etica la medesima sarebbe dovuta essere ingombro anche quando FdI era “solo” un Partito che stava all’opposizione in una democrazia parlamentare. E magari sotto il 15%. Questo perché anche e forse più di tutti il ruolo di opposizione sta nella nicchia della prerogative assolute della democrazia e deve avere una sua “estetica di legittimità”.

E per logica conseguenza quel simbolo sarebbe dovuto essere disdicevole molto prima che opportunità elettorale e grip sugli elettori la rendessero golosamente tale.

Ma allora perché – diciamo sette mesi o un anno fa – a nessuno era importato un fico secco o più di tanto della fiamma sul simbolo del partito di Giorgia Meloni? Perché le voci si sono levate sdegnate solo adesso che Meloni più che un rischio per la democrazia è un rischio per le coronarie degli stati maggiori prog?

Invece la fiamma è diventata argomento di diatriba solo oggi che Meloni, inquilina di lungo corso di un posto che o è cieco o è furbo, la vuole portare in intenzione al governo e ne ha depositato “l’imago” negli uffici elettorali. E nel momento in cui è stata attaccata la puzza di bluff pubblicistico di quelli che hanno guidato l’attacco è arrivata tutta. È arrivata perché etica e convenienza sotto braccio ci sono sempre state sghembe e male, male come ci stanno un motivo serio e un movente farlocco.

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Il vero tema, semmai, non sta nella forma ma nei contenuti. Ci si sarebbe aspettati una campagna elettorale sulla sostanza. Le politiche ed i programmi di Fratelli d’Italia sono adeguati ad un Paese con le pezze in fronte come l’Italia? Sono adeguate a rilanciare lo sviluppo e tenere in ordine i conti? E se no, perché? Rischiamo di ritrovarci con altri geni che ci propongono i banchi a rotelle e l’abolizione della povertà? Questi erano e sono i temi. (Leggi anche Top e Flop, i protagonisti del giorno: sabato 13 agosto 2022).

A volte brucia.

FLOP

DANIELE MAURA

Partiamo da un presupposto. L’ex presidente del Consiglio Provinciale di Frosinone sarà uno dei protagonisti della prossima campagna elettorale per le Regionali. Ed a meno di colpi di scena, al momento non previsti, sarà uno dei prossimi inquilini di via della Pisana a Roma nel gruppo di Fratelli d’Italia. Non di meno, questo non lo autorizza ad essere meno scrupoloso e vigile su ciò che pubblica sulla sua bacheca Facebook. Perché il rischio è che il colpo di scena se lo faccia da solo.

Sulla pagina dell’esponente politico di Giuliano di Roma appare un post nel quale si parla di un cittadino del Marocco che avrebbe raccontato al TG3 di vivere da 13 anni in Italia facendo lavori in nero e godendo del Reddito di Cittadinanza. Ad oggi, seguono quel messaggio ben 52 condivisioni (fatte da persone che hanno preso per buone le parole dell’ex Presidente del Consiglio provinciale) ed oltre cento commenti non proprio dal contenuto edificante.

Peccato che quella notizia sia una bufala. Una fake news. Una panzana. O se preferite una balla inventata di sana pianta. Il caso è stato analizzato e smontato ormai da mesi da più d’un sito di fact checking, cioè realtà che si occupano della verifica di quanto viene scritto su giornali e web.

Non se l’è inventata Daniele Maura per rastrellare un po’ di consenso in più. L’ha semplicemente copiata ed incollata. Senza però specificarlo. E soprattutto senza controllarlo. Dimenticando che non è un cittadino qualsiasi ma un esponente politico, già presidente dell’Aula del principale ente territoriale di governo, candidato in pecotore alle prossime Regionali da FdI ed altrettanto in petore prossimo Consigliere Regionale del Lazio.

Sta proprio qui il problema. Nei modi e nei contenuti. Una persona in quella posizione non può fare copia ed incolla della prima sciocchezza che legge: rischia di sminuire il valore dei post scritti invece da Giorgia Meloni che riempiono la sua bacheca. Soprattutto non è questa la Destra di governo che Giorgia Meloni vuole per edificare la sua nuova classe dirigente. Di cui presto avrà bisogno.

Se si prende la sciocchezza detta da qualcuno e la si rilancia, se ne diventa promotori, come dei padri putativi. E di assurdità, sia il Reddito di Cittadinanza che le norme sull’accoglienza dei migranti, in questo Paese ne hanno già determinate abbastanza. Non serve aggiungerci le fake news.

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Autosilurato

GIORGIO LONGOBARDI

Giorgio Longobardi

Carneade, chi era costui?”: se lo chiedeva un assorto Don Abbondio nelle prime e disincantate righe de I Promessi Sposi. Come a simboleggiare la futilità delle domande retoriche che un pavido curato si pone quando per indole è incurante degli affanni del mondo che è chiamato a mettere in rotta spirituale. Ecco. Senza fare troppa filosofia anche su Giorgio Longobardi chiedersi “chi è costui?” non è peccato.

Non lo sarebbe stato se il tignoso consigliere comunale di Fratelli d’Italia di Napoli non avesse sollevato un vespaio grosso come un garage con un post secondo il quale per vincere e debellare la destra “il Pd in tv metterà fino al 25 settembre Schindler’s List ed Anna Frank”. L’ironia del tutto fuori luogo di quel post e del suo autore spiccano non tanto per l’indelicatezza su temi mai cassabili come Olocausto e genocidio ebraico, quanto piuttosto per due motivi chiave che rimandano al periodo.

Ma il primo errore di Longobardi è stato concettuale: dare in appannaggio arbitrario al centrosinistra la gestione della mappa emotiva del genere umano sull’Olocausto è una delle cose più cretine che si possano fare. La Shoah è orrore di tutti e chiunque dovrebbe sempre tenerla nella sporta etica delle cose da non far ripetere e per la definitiva scomparsa delle quali lottare è giusto e obbligatorio.

Il secondo errore che il “barbaro” (nel senso di cognome eh?) amministratore di destra ha commesso è strategico. Ma come cacchio si fa a mettere in imbarazzo e sotto tiro Giorgia Meloni nel momento esatto in cui punta a vincere le elezioni del 25 settembre? E si prepara a governare il Paese? Non saremmo tacciabili di mendacio se azzardassimo che la leader di FdI ha gradito talmente poco l’uscita del suo iscritto che probabilmente la telefonata che è arrivata a Napoli l’hanno sentita anche i “fratelli” di Marbella.

Ma Longobardi no, lui a questa figura doppia e tripla di roba calda e marrò non ci ha pensato. E ha scritto. E si è compiaciuto. Almeno fin quando non ha squillato il telefono.

Stacca il telefono Giò.


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