Tutelare l’ambiente è cosa buona e giusta, ma non il fanatismo

Confessioni di un netturbino. Un netturbino nostalgico, che nel mondo di oggi non si ritrova più. Perché, sì, c’era una volta un mondo migliore. Era meno compatibile, sostenibile, inclusivo ma senz’altro più umano: si tirava avanti con meno social ma più socialità, un municipio significava qualcosa e lo stemma del Comune su un autobus era la testimonianza di una koinè che, chi più chi meno, stava a cuore a tutti. I figli di puttana non mancavano di certo, ma sussisteva come una ingenuità residua, un entusiasmo per la vita di tutti i giorni che ancora profumava e puzzava di vita: fiori a primavera e sudore di lavoro. Neppure il piombo delle bande armate poté restringerci in casa, la voglia di esistere era più forte, la libertà, questa cosa evanescente come l’aria e come l’aria necessaria, la respiravano tutti, da destra e da sinistra, credenti e liberi pensatori. La libertà era come una canzone di Lucio Dalla, e restava la prima e l’ultima trincea da difendere; adesso è diventata una infamia anche solo rimpiangerla.
In quel mondo migliore c’erano tante piccole cose che sapevano di civiltà, per esempio sulla parete che delimitava il balcone della nostra cucina (che, tra parentesi, guardava dritto in faccia al covo brigatista di via Montenevoso) stava una botola prodigiosa con uno sportellino: dopo ogni pranzo e cena, la mamma richiudeva bene gli avanzi nella sportina di plastica (non biodegradabile, come quelle di oggi che son fatte di merda e si sciolgono in mano), poi usciva sul balcone, apriva lo sportellino e ci infilava il sacchetto: lo si sentiva precipitare per 5 secondi, dopodiché atterrava con un tonfo sordo nella discarica condominiale dove, ad ogni alba, si sentiva, anche con l’olfatto, scatenacciare il camion della nettezza urbana che portava via tutto. Problema risolto, noi non dovevamo preoccuparci di niente. Questo era il Comune, il municipio, l’emblema di una comunità per la quale si pagavano le tasse ma in cambio di un servizio che ti alleggeriva la vita.
Andava tutto così bene, finché qualcuno si accorse che era troppo facile: “l’ambiente” soffriva e la colpa era della scriteriata società consumistica. Gli albori dell’ambientalismo ultrà prendevano piede al grido di guerra: “Non c’è più tempo! Il pianeta si sta congelando! Ancora dieci anni e saremo tutti un immenso lastrone di ghiaccio!”. Era l’esordio delle moderne istanze ecologiche, sostitutive della lotta di classe che ormai perdeva colpi. Appelli, allarmi, canzoni, programmi televisivi, tutto un autodafé, un invito a redimersi, a “fare qualcosa”: cioè battersi il petto, senonché il pianeta se ne sbatté della nostra ipocrisia e così qualcuno pensò bene di capovolgere la prospettiva: se il pianeta non congela, facciamolo ribollire. Dal cilindro del cappellaio matto ecologista tirarono fuori un paio di treccine, e dietro c’era una balbettante ambientalista implume e vagamente ossessiva che prese a sbraitare: “Non c’è più tempo! Il pianeta si sta essiccando! Ancora dieci anni e saremo tutti un immenso deserto affumicato!”. Il papa la ricevette, i grandi della terra la ascoltarono (continuando a inquinare più di prima), fioccarono gli inviti al Nobel; all’ambiente, alla pace, all’antirazzismo, alla scienza, anche se la fanciulla si vantava di non andare a scuola e, in definitiva, di non sapere niente.
Nel frattempo i fenomeni del retto vivere non s’erano stancati di escogitare soluzioni. Prima la differenziazione dei rifiuti: organici, inorganici, solidi, liquidi, riciclabili. Disorientata, più d’una massaia andava in confusione: “Ma le ossa di pollo cosa saranno, organiche, disorganiche o scorie nucleari?”. Ma neppure la classificazione era abbastanza, ogni categoria si frazionava in sottocategorie a volte incomprensibili, un po’ come il PD. I Comuni rilasciavano mappe, piantine con le scadenze, i percorsi a colori, simili a quelle della metropolitana, lunedì organico, martedì vetro, mercoledì radioattivo, eccetera. Non bastò più neppure questo e sorsero i centri di raccolta, fatti di batterie di cassonetti schierati come carri armati pronti a marciare su Danzica.
Bene, siamo al climax. Ci hanno dotato di “ecocard”, talmente eco che è di plastica hard, con cui “conferire i rifiuti” (un tempo si gettavano, oggi si conferiscono) nelle isole ecologiche composte da ecomostri di latta e plastica: si passa la “card”, lo sportellone si schiude, si “conferisce” la pattumiera, praticamente ci vuol mezza giornata e bisogna usare la macchina, ridotta a immondezzaio. Il netturbino delle confessioni sono io, mi sono ridotto a operatore ecologico di me stesso, il mio primo mestiere è questo: svuotare ogni tot il balcone dall’immondizia, trasferirlo sul mio carretto della spazzatura e “conferire” quest’ultima nell’isola ecologica che ormai sembra un’isola dei famosi, nel senso del trash: i bravi cittadini ci vanno, scaricano ogni infamia dove capita, perfino materassi, perfino televisioni, finisce all’italiana, coglione chi osserva le regole, dopo i furbetti del vaccino i furboni del netturbino.
Ora, tutelare l’ambiente è cosa buona e giusta, ma questa è civiltà o fanatismo? È progresso rottamare l’umile e necessario mestiere di pulitore pubblico per trasformarci tutti in “operatori ecologici” a fondo perduto? Quanto è lontana quella civilissima botola sul balcone! Sul finire di questo articolo mi alzo, mi affaccio alla finestra, c’è una vecchia che arranca trascinandosi, come le catene di Jackob Marley, una decina di borse, ma immani, colme di rifiuti, è diretta “all’ isola ecologica”, una scena straziante, indegna di un Paese civile. Che fu civile.
Ma così va il migliore dei mondi possibili, in treccine d’ordinanza. Nel frattempo, la Giovanna d’Arco del pianeta, rigorosamente su catamarani di petrolieri, fiutato il nuovo business della notorietà (“Sono famosa, quando finirà sarà difficile tornare normale”), ha mollato il pianeta, stufa di attendere un surriscaldamento che tarda: siamo a metà aprile e nevica, dopo un inverno polare in mezzo mondo (ma al primo solicello timido diranno che “è la primavera più arida di tutti i tempi”). Adesso la signorina pontifica di vaccini, dopo essere transitata per il Black Lives Matter, il gender, l’eguaglianza economica, la democrazia rappresentativa. Una Mozart della scienza infusa, mai vista tanta competenza in una che si vanta di non andare a scuola, lo stesso Gesù ci andava più cauto coi dottori della legge: se non altro non disse mai “mi avete rubato il futuro, come osate”.
Ma va bene, va tutto bene, siamo, come sempre, nel migliore dei mondi possibili per mancanza di alternative. “Quel che deve accadere accade” diceva Giovanni Lindo Ferretti nella sua infinita saggezza. Solo una cosa non si capisce. Se io sono il netturbino di me stesso, perché debbo essere io a sopportare la tassa sulla monnezza, regolarmente aumentata? Come sempre, nel mondo sempre più ecocompatibile le cose più compatibili sono le ecofregature.

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