Ultima notte a Soho, la recensione del film: un musical horror dalla parte delle donne

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Edgar Wright orechestra una vicenda piena di musica, dove si raccontano i fantasmi della violenza maschile e il loro riemergere nel presente. Con un intelligente twist finale. Protagoniste sono Thomasin McKenzie e Anya Taylor-Joy. La recensione di Federico Gironi dal Festival di Venezia 2021.

Eloise, detta Ellie, arriva a Londra dalla Cornovaglia profonda arriva per diventare stilista. La Londra dei nostri giorni, quella di sempre. La Londra che in fondo è la stessa degli anni Sessanta, dove la mamma (morta: suicidio) aveva cercato fortuna, e dalla quale era stata investita come da un’onda di quelle che ti sbatacchiano e sconvolgono. Quella Londra che però Ellie mitizza: nella musica, negli abiti, nell’immaginario.
Nonna, a casa, è preoccupata che Londra possa essere “a bit too much” anche per Ellie, ragazza sensibile fin oltre i confini che separano la vita e la morte. E difatti, nello studentato dove capita, Ellie non si trova tanto bene, lei così refrattaria ad abusi e scostumi della gioventù contemporanea. Trovare rifugio in una stanzetta di Soho, affitata da una vecchia signora, sarà però una soluzione solo temporanea: perché in quell’angolo di pace così in linea con il suo orizzonte estetico, Ellie inizia a sognare di Alexandra, detta Sandie, aspirante cantante nella Swinging London, e a sognare attraverso i suoi occhi di successi, eleganze e seduzioni.
Il sogno, si sa, si tramuta in incubo assai facilmente, e sognando di Sandie, Ellie scopre il volto nascosto di quel mondo idealizzato: un volto fatto di violenza e sopruso, sfruttamento sessuale e, perfino, morte.

Ce ne fossero di più di Edgar Wright in giro, il mondo del cinema (e forse non solo) sarebbe un posto migliore.
Dentro a Last Night in Soho infatti, c’è di tutto, e tutto quel che serve: c’è il thriller e c’è l’horror; c’è l’umorismo; ci sono la storia d’amore e quella di parte del Novecento. C’è la musica, l’estetica, e c’è il tema, in un film tutto dalla parte delle donne, in maniera per fortuna intelligente, centrata e mai ideologica.
C’è, soprattutto, l’intrattenimento, la voglia di divertire, di stupire col cinema, le sue regole, la sua storia (Terence Stamp, ladies and gentlemen, nonché Diana Rigg, la Emma Peel degli Avengers: la serie tv british, non il cinecomic Marvel).

Come in Baby Driver, più che in Baby Driver, Last Night in Soho è orchestrato e coreografato come un musical. Un musical elegante, leggiadro e preciso, dove non solo solo canzoni e colonna sonora a dettare ritmi, tempi e movimenti, ma è anche il racconto a volere la sua parte. Un racconto che gioca dapprima sul rispecchiamento, letterale, di Ellie in Sandie, e poi con l’andare oltre lo specchio, sprofondando Ellie nel mondo popolato dai mostri e i demoni tutti reali che avevano rovinato l’aspirante cantante, e facendo diventare presente, letteralmente, un passato non più mitico e nostalgico, ma spaventoso e raccapricciante.
Wright, con giusto un pizzico di artifici retorici di troppo, ci dice che ciò che idealizziamo non era forse così meraviglioso, ma che bisogna stare attenti a far sì che i lati oscuri di quel passato non rivivano nel presente. Un presente che forse è meno peggio di quel che immaginiamo.

Il modo in cui Last Night in Soho racconta la discesa agli inferi di Sandie e il suo sfruttamento sessuale da parte di un mondo maschile in giacca e cravatta ma privo di scrupoli è decisamente angosciante, e fin troppo in linea con le esigenze imposte dalla contemporaneità: e chissà se le femministe più intransigenti si arrabbieranno quando, sul finale, Edgar Wright rimescola le carte facendo della vittima non solo una vittima, e dei carnefici non solo dei carnefici.
Chissà se a Wright questa microdose di scandalosa complessità verrà perdonata in nome dell’intelligenza, o se verrà condannata senza appello in quanto somministrata da mano maschile

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