Verba Woland: società e fiducia – La Città Invisibile

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Il clima di sfiducia, di diffidenza generalizzate (spesso giustificabile, s’intende) in cui ormai viviamo sta diventando sempre più pesante.

Non ci fidiamo dei politici, degli scienziati, dei medici, dei media e questo ci porta a tentare – se ne siamo capaci – di costruirci una nostra rappresentazione del mondo che possa in qualche modo contribuire alle nostre scelte e alla nostra tranquillità. Con quali risultati è difficile da prevedere.

Mi sembra interessante allora condividere con voi alcune riflessioni di Paolo Legrenzi (Credere) che trovo illuminanti.

Il salto evolutivo dell’uomo è probabilmente avvenuto proprio quando siamo stati capaci di capire gli scopi degli altri, così da rappresentarci le loro credenze e i loro stati d’animo nei nostri confronti e in quelli altrui. Si tratta di competenze fondamentali per poter con-vivere con i membri del nostro gruppo tribale. Si può credergli? C’è da fidarsi? Solo con queste garanzie ci si poteva mettere insieme e formare tribù per raccogliere frutti o cacciare prede, lasciando ad altri, altrettanto fidati, la cura temporanea dei piccoli.

Intanto riflettiamo su questa importantissima circostanza: alla base della società c’è la fiducia. Senza la fiducia reciproca non può nascere e sopravvivere alcun tipo di società.

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Ma continuiamo a leggere Legrenzi:

Il vero salto c’è stato quando siamo stati capaci di predire le credenze e comportamenti altrui. Aver costruito scienze e tecnologie non è nulla rispetto a questo ‘salto’. Per questi motivi il pettegolezzo è un’attività nobile, quella che fa di noi umani degli uomini ‘veri’. L’uomo duro, che non parla con nessuno e che non si fida di nessuno, tipico di tanti film odierni, è in realtà un essere sub-umano forse anche sub- scimpanzé.

Anche in queste righe Legrenzi torna a porre l’enfasi sulla necessità di coltivare la fiducia se si vuole vivere in società.

Legrenzi avverte poi che gli standard della scienza e della tecnologia sono stati definiti negli ultimi quattro-cinque secoli, “un lampo nella storia dell’umanità […] la scienza è fatta di cose alle quali non siamo abituati” per cui a ben vedere la domanda giusta non è “Come mai le persone non credono nella scienza?” ma quella opposta: “Come mai riusciamo a far sì che alcuni credono nella scienza?”.

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Credo che queste considerazioni possano essere d’aiuto per tentare di capire il groviglio di contraddizioni che ci tormenta in questo periodo drammatico. Chiuderei ricordando un ultimo ammonimento del nostro scienziato cognitivo: “Il credere che ogni domanda abbia una risposta è un’ingenuità adolescenziale. Solo le domande ben fatte hanno una risposta. Altrimenti si corre il rischio di avere le risposte prima delle domande“.

Cosa che mi sembra essere piuttosto frequente.

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