Voto di scambio, così i partiti offrono soldi in cambio di preferenze: dal reddito di cittadinanza alla flat tax

Tante volte ho letto titoli molto grandi sulle prime pagine dei giornali, ispirati – come succede spesso ai titoli dei giornali – da qualche Procura, con queste tre parole scritte a caratteri giganteschi: “Voto di scambio”. Cos’è il voto di scambio? Non è chiarissimo in cosa consista, le Procure usano questa formulazione, considerandolo un reato molto grave, quando hanno il sospetto che qualcuno abbia promesso qualcosa a un’altra persona in cambio del suo voto.

In genere la promessa consiste in un posto di lavoro, o nell’aiuto ad aggirare una pratica burocratica, o in una promozione, o in qualcosa di simile. Molto raramente in soldi. Recentemente, giusto tre anni fa, il Parlamento guidato dai 5 Stelle, in un empito di moralizzazione ha portato a 22 anni la pena massima per questo reato. 22 anni solo nel caso che il “promettitore” sia eletto, dice la legge. Non è necessario invece che la promessa sia mantenuta (attenzione: questo è un particolare importante). 22 anni sono tanti, eh. Più che per un omicidio volontario con qualche attenuante. Molto più che per uno stupro. Tu stai brigando per passare 5 anni in Parlamento e magari ti tocca invece di finire in gattabuia e restarci finché non sei vecchio vecchio. Vabbè.

Ho dato un’occhiata ai programmi politici dei principali partiti. Ve li riassumo nei punti essenziali. I 5 Stelle promettono di difendere il reddito di cittadinanza anima e corpo dall’attacco di tutti gli altri partiti. Ne ha scritto ieri, su queste pagine, Angela Azzaro. In cosa consiste questa promessa e a chi è rivolta? Consiste nel garantire all’elettore un versamento mensile di circa 500 euro. È rivolta a un po’ meno di due milioni di percettori di reddito e alle loro famiglie. Dovrebbe garantire circa 3 milioni di voti, che in percentuale vuol dire, a occhio, il 10 per cento. Il costo della promessa è piuttosto alto. 35 miliardi circa (che saranno pagati dallo Stato e non dai 5 Stelle) per il quinquennio ’23-’28. Passiamo al centrosinistra. Le promesse qui sono tantissime e molto molto onerose.

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La principale promessa del Pd, e la più facile da capire e da valutare, è quella di dare uno stipendio in più ad ogni lavoratore. Mediamente, credo, circa 1300 euro all’anno. Non è male. Qui non si sa bene chi pagherà, se gli imprenditori o, più probabilmente, ancora lo Stato attraverso finanziamenti e sgravi fiscali. Il costo dell’operazione è notevole. Almeno 25 miliardi all’anno visto che la platea è assai più larga di quella dei percettori del reddito di cittadinanza. È anche vero che la promessa è molto più aleatoria e le probabilità che sia mantenuta sono bassissime. Quasi nulle. Mentre per il reddito sono molto alte.

Poi c’è il centrodestra. Anche qui le offerte in denaro agli elettori sono parecchie. La principale è la riduzione drastica delle tasse con la Flat tax, sebbene non sia ancora per niente chiaro in che forma dovrebbe poi realizzarsi questa tassa piatta. Gli esperti dicono che, a seconda della sua gradazione, potrebbe venire a costare tra i 10 e i 50 miliardi all’anno. Con l’avvertenza, anche qui, che non ci sono molte possibilità che la promessa sia mantenuta. Il “codicillo” che vi abbiamo segnalato qualche riga fa, come vedete, è molto importante. Il voto di scambio viene considerato dalla legge realizzato al momento dell’elezione di chi promette o non della realizzazione della promessa.

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E allora? Voi mi direte: sì, ma in fondo era così anche negli anni Cinquanta, e nessuno diceva niente. È vero. Pare che il comandante Lauro, a Napoli, consegnasse agli elettori una scarpa di buon cuoio chiedendo il voto e garantendo la consegna della seconda scarpa solo a risultato acquisito. Magari è anche vero. E Lauro vinse tante elezioni. Però vedete bene che le differenze sono molte. Innanzitutto perché Lauro usava un mezzo intelligente di controllo sia sul voto sia sul mantenimento della promessa. In secondo luogo perché, in fondo, pagava di tasca sua e non mandava il conto allo Stato. In terzo luogo perché in fondo il commercio era modesto: quanto potevano valere quelle due scarpe? 5 mila lire? Rivalutate e tutto diciamo 60 euro? Beh, c’è una bella differenza tra 60 euro una tantum e 500 euro al mese, no?

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