Web e Tv: due mezzi che si scaricano la spazzatura a vicenda

La televisione cambia e cambia in peggio. Una come Barbara d’Urso, che ha tenuto su la baracca Mediaset negli ultimi dieci, quindici anni dando il meglio del peggio, può venire di fatto silurata alla prima stagione moscia e tutto il suo potere, e discutibile potere, finisce in cenere. Chi prenderà il suo posto? Facilmente qualcuno ancora più spregiudicato, con ancora meno scrupoli, se possibile, a spremere i casi umani e psichiatrici. L’ultima edizione dell’Isola dei Famosi, reality spazzatura, è andata male e i soldi ci sono e non ci sono, per cui l’azienda concentra ospitate e attenzione su pochi personaggi che personaggi non sono: ereditiere, come la Laborghini delle auto o la Gucci della moda, tutto uno spreco di visconti e nobilastri decaduti, e poi gli scazzi patetici tra giovanotti muscolosi e isterici. Mancano i protagonisti, non che nelle edizioni precedenti fosse passato chissà quale Olimpo, ma almeno individui che potevano essere sfruttati nella logica televisiva del trash. Adesso siamo abbondantemente oltre il trash, siamo ai rimasugli e tutto quel cianciare di scopate, di veleni da ballatoio, idiota, autoreferenziale come mai prima, finisce per saturare. Si ha l’impressione che gli autori siano a corto di trovate e i casting pura formalità, i giochi sono fatti a monte, protagonisti e opinionisti non hanno niente da dire; e queste sono le cause immediate, cause-effetti che stanno dentro contesti più complicati e ancor più dipendenti dalla politica.
Mediaset dopo anni di battaglia legale col colosso francese Vivendi ha dovuto rassegnarsi, trovare una pace fittizia, un modus convivendi e questo ha riflessi pesanti, Vivendi essendo azionista di punta di Tim che, in sinergia con Open Fiber, nutre strategici interessi al progetto della rete unica italiana per la banda larga già anticipato dal premier Conte e adesso in via di revisione, se non dismissione, dal successore Draghi insieme al ministro per la transizione digitale Colao. Prospettiva che non può lasciare indifferente Mediaset la quale infatti annuncia un interesse strategico al business che dovrebbe sorgere. Dinamiche che venti, dieci anni fa non c’erano o non erano così pressanti, e che necessariamente condizionano tutto dalla struttura aziendale al gioco dei palinsesti.
Mettiamoci anche il tramonto fisiologico del fondatore, Berlusconi, coi figli che ereditano onori e oneri e che essendo figli di questo tempo sono anche più duri, più determinati nel far prevalere la logica del profitto. Il Cavaliere era uno squalo ma con punte di sentimentalismo e poteva costruire il suo impero televisivo su montagne di denaro fresco con cui accaparrarsi tutti i nomi più in vista e tenerseli sulla base di un rapporto personale a costo di ammortizzare i flop: adesso coi soldi bisogna andarci molto più cauti e dirigerli dove il gioco si fa grosso davvero. Sorge la necessità di fare cassetta sempre e comunque, con un ulteriore peggioramento dell’offerta, dei programmi, di personaggini che affondano sempre più nello squallido e nel miserevole.
Altrove non va meglio. La7 è di fatto un feudo grillopiddino, l’editore Cairo, che è anche quello del Corriere, ha puntato su quei cavalli e fin che gli conviene li impone in tutte le trasmissioni a costo del ridicolo e anche di irritare i telespettatori; e sono soggetti a volte squalificati, improponibili anche alla luce di recenti prodezze. La Rai quanto a referenti politici è la stessa cosa e in più è preda, al solito, delle voragini finanziarie, delle lottizzazioni, coi partiti che più strepitano di volerla liberare da loro stessi e più si affannano a occuparla. Il risultato sono certi notiziari come il Tg1 che con la gestione governativa del Covid è andato oltre qualsiasi disinformazione. La confusione del cosiddetto servizio pubblico è tragica o tragicomica come ha dimostrato il pasticcio del concertone sindacale con le telefonate tra Fedez e Rai3, debitamente registrate, editate, un cafarnao che forse finirà in tribunale e comunque è già finito nella vergogna totale che non risparmia nessuno.
La televisione cambia e non in meglio. Agli albori della Rete si era gridato alla morte del mezzo, destinato, dicevano, a venire fagocitato dalle nuove tecnologie. Non è successo anzi è successo il contrario, è il Web che per molti aspetti corre appresso alla televisione: sono due media paralleli e gemelli, che si rimbalzano le scenette, che si scaricano la spazzatura a vicenda, vasi comunicanti di trash. Basta un litigio da teleringhiera tra due sconosciuti in un’Isola a far scoppiare Internet, poi la televisione riprende e rifrulla tutto e la Rete a sua volta moltiplica quel concentrato tossico. Ogni giorno così in una fabbrica di puttanate e di oscenità a ciclo continuo. E finire dentro il circo miserabile non è mai stato così facile, basta la pretesa di fare quello che si vuole per poi tirarsela da martiri, basta una battuta da osteria e ci si campa per settimane. Chi è più ridicolo o sputtanato, più brilla. Dove sarebbero le nuove idee, i nuovi volti, i format innovativi, dove starebbe il futuro dell’intrattenimento, di una informazione appena degna, di una residua parvenza di pretesa culturale? Grande è la confusione sotto il cielo televisivo, la situazione è indecente.

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