Con Zodiac, stasera in tv, David Fincher ha riscritto le regole dei film sui serial killer

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L’influente critico cinematografico Roger Ebert nel recensirlo scrisse argutamente che Zodiac (2007) di David Fincher sembrava il Tutti Gli Uomini Del Presidente dei film sui serial killer. In effetti a partire dal capodopera Il Silenzio Degli Innocenti (1991) di Jonathan Demme, passando per il Se7en (1995) dello stesso Fincher e mille altre varianti e imitazioni, questa sorta di sottogenere sviluppatosi negli anni Novanta e oltre, ci aveva abituato a ritratti estremizzati di criminali intelligentissimi, ipersensibili e ipertraumatizzati capaci di violenze non solo efferate, ma di costruzione articolatissima, delitti con alla base implicazioni e riferimenti spesso colti e tortuosi (come i sette peccati capitali che fanno da filo rosso alle uccisioni del serial killer di Se7en).

Zodiac spazza via tutta la retorica del genere, riportandola a un grado zero di narrazione essenziale, senza geni del male, effettacci gore e colpi di scena sensazionalistici. Il film non tratteggia il profilo di un malvagio eccezionale ma, esattamente secondo quel principio di paziente ricostruzione della verità che è il cuore di Tutti Gli Uomini Del Presidente, seguendo le lunghe indagini di un gruppo di individui pervicacemente alla ricerca del colpevole.


Zodiac

  • Mark Ruffalo, Jake Gyllenhaal, Robert Downey Jr. (Actors)
  • David Fincher (Director)

La sceneggiatura di Zodiac scritta da James Vanderbilt parte da due libri scritti da Robert Graysmith (nel film interpretato da Jake Gyllenhaal), il vignettista del San Francisco Chronicle che per anni ha seguito le tracce dei crimini irrisolti di un maniaco che si faceva chiamare Zodiac il quale, tra la fine degli anni Sessanta e Settanta, fu autore di una serie di omicidi che disseminarono il panico in California. Un impatto così profondo ebbe l’eco di quei delitti da servire anche da ispirazione per il primo episodio della serie dell’Ispettore Callaghan, Il Caso Scorpio È Tuo!, nel quale però alla fine il cattivo veniva preso ed eliminato coi modi spicci del poliziotto creato da Clint Eastwood.

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Ironicamente, Fincher a un certo punto manda tutti gli investigatori del caso Zodiac al cinema a vedere Callaghan, per misurare la distanza tra la verità e una finzione più rassicurante. Ma l’accomodamento spettacolare del film di Don Siegel è esattamente quello che non può accadere in un film come Zodiac, che in due ore e quaranta di durata costruisce un meccanismo volutamente antispettacolare e frustrante, dallo stile dimesso, lontano dai preziosismi stilistici delle regie precedenti degli anni Novanta di Fincher, dall’esordio di Alien 3 (1992, che sempre Ebert definisce “uno dei brutti film visivamente più belli che abbia mai visto”), il lambiccato Se7en e ritratto dell’apocalisse prossima ventura Fight Club (1999).

Proprio Fight Club, visto col senno di poi, è sembrato capace di interpretare le paure millenaristiche, la schizofrenia individuale e collettiva, il masochismo di un modello sociale ed economico in crisi, quasi presentendo e condensando in un oggetto filmico tutte le tensioni pre-apocalittiche dell’epoca, in un modo allarmante e però esteticamente smagliante, forte di una messinscena e un immaginario disperante ma energetico, tra violenze autoinflitte ed esplosioni catartiche. Zodiac invece, che segna una cesura nella filmografia di Fincher, pare invece il parto di un’epoca post-apocalittica, quando il peggio è ormai accaduto – l’11 settembre, il terrorismo internazionale, il fallimento del movimento No Global – e quel che serve non è un’altra sensazionalistica rappresentazione delle brutture del mondo, quanto un meticoloso tentativo di analisi della realtà, per ricostruirne lucidamente motivazioni e percorsi.

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Che è esattamente quello che per tutta la durata del film cercano di fare i protagonisti di Zodiac, il giornalista sopra le righe Paul Avery (Robert Downey Jr.) e il ragazzo per bene Graysmith, e i due ispettori di polizia David Toschi (Mark Ruffalo) e William Armostrong (Anthony Edwards), per oltre un decennio sulle tracce del criminale. Il quale sì, confeziona i suoi delitti dentro la cornice di una scenografia appariscente, con codici cifrati e simboli arcani. Ma basta poco per capire che il rompicapo è tutt’altro che raffinato ed è preso di peso da libercoli introduttivi sull’argomento. Il male di Zodiac insomma, è terribile ma ordinario. Come il sospettato principale Arthur Leigh Allen (John Carroll Lynch), un individuo banale senza il fascino ambiguo, la seduzione mefistofelica dei cattivi dei tradizionali film sui serial killer.

Zodiac è un film dall’ispirazione adulta, che sa mettere in scena l’orrore del male – le poche sequenze di violenza senza indugiare nel gusto del macabro creano però una tensione quasi insostenibile – e insieme la mostruosità tutt’altro che eccezionale e invece qualunque del mondo. Nell’incubo di Fight Club i protagonisti avevano un’aria stilosa e le architetture decadenti possedevano una ricercata eleganza postindustriale. In Zodiac l’incubo è tale proprio perché assomiglia alla vita di tutti i giorni.

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Nell’assenza di fantasmagorie visive, il film scandisce un immaginario opaco, abitato da immagini virate su tonalità quasi sempre notturne e in interni cupi, giallastri, come se la realtà stesse marcendo e andando a male. Come va (a) male l’indagine poliziesco-giornalistica, nella quale il colpo di scena sempre atteso è costantemente rinviato e l’avvilimento dei protagonisti, chiusi dentro un’ossessione che li consuma, diventa quella dello spettatore cui non viene offerta una catarsi possibile. In Zodiac il cinema serve a fotografare il mondo, non a riscattarlo. O semmai, visto che il serial killer pare ispirarsi a un classico del cinema orrifico degli anni Trenta, La Pericolosa Partita, a suggerire modi per renderlo persino più brutto.

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